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Mostre in Corso

GIORNATA DELLA MEMORIA

Casa libera tutti

Incontro con gli studenti di 3za media dell'Istituto C. Giovanni XXIII di Soncino

 

Lunedì 26 gennaio ore 10.00 ' Sala Convegni Filanda Meroni -SONCINO -


Presentazione a cura di Enrico Grisanti del libro 'Casa libera tutti' l'ultimo libro di Lorenza Cingoli, una delle più importanti voci della narrativa per ragazzi Una storia intensa e commovente che ha affidato a Salani prima di morire.
Una storia vera ambientata a Sciesopoli,
Una casa per tutti, una casa in cui ricominciare a sperare, una casa per dimenticare la guerra e guardare al futuro

SCIESOPOLI La Casa dei Bambini di Selvino

 

"Essere clandestini significa scappare, nascondersi, cambiare nome più volte, lasciare tante case, sentire la paura addormentandosi di notte. Nemmeno il giorno rassicura. Anzi, il giorno espone, con la sua luce, alla vista degli altri. Perché il desiderio che si ha, quando si è clandestini, è quello di non essere visti né riconosciuti. Vivere da sfollati è lasciare tutto quello che si possiede: la casa, i giocattoli, i vestiti, il proprio cane, è andarsene senza sapere dove e ringraziare, col cuore stretto dall'angoscia e dalla diffidenza, chi offre ospitalità provvisoriamente. La fuga sradica e porta tra sconosciuti, davanti ai quali non si parla volentieri, non si alzano gli occhi volentieri, ma non si può nemmeno stare in silenzio e tenere lo sguardo abbassato, perché è un gesto che potrebbe tradire l'inquietudine. Tornare, è riavere il proprio nome vero, ma non crederci più in modo definitivo."

Queste parole sono di Donatella Levi. Ci parla della sua condizione di ebrea perseguitata e braccata dai nazifascisti. Uscire alla luce, farsi vedere in giro, poteva essere la fine della vita. Una testimonianza che ci tocca profondamente.

Sembra ci parli di oggi, della condizione degli stranieri che arrivano come migranti e profughi nelle nostre terre. E sono bollati come clandestini, come criminali, mentre cercano semplicemente un futuro migliore. Uomini e donne, persone come noi.

Eppure, proprio nelle nostre terre c'è una storia incredibile di Speranza, di Salvezza e di Luce. Luminosa come la festa ebraica della luce detta Hanukkah, e come il nostro Natale pieno di luci.

A 20 Km da Bergamo, tra le montagne di Selvino nella bergamasca, esiste una grande colonia alpina, oggi abbandonata e in rovina.

Ma un tempo straripava di vita, di bambini che correvano, studiavano, giocavano, lavoravano, cantavano, recitavano, facevano scherzi, senza tralasciare le regole della vita in comune.

Una colonia sorta nel 1933 e attiva sino al 1985.

Si chiama Sciesopoli, un nome fantastico e strano, che è la fusione di due nomi: Sciesa e Tendopoli. Sciesa, in onore di Amatore Sciesa, un eroe del Risorgimento italiano. Tendopoli perché inizialmente il luogo era un campeggio estivo dei giovani fascisti milanesi. La colonia fu costruita in due anni. Era la più bella e moderna del fascismo. Doveva dimostrare la potenza del fascismo, in grado di formare la vita dei bambini, di educarli alla disciplina e di prepararli alla guerra. Era immersa in una grande pineta, aveva grandi saloni pieni di luce, ampi tetti a solarium per le cure di sole, dormitori, refettori, moderne cucine e lavanderia, montacarichi, riscaldamento centrale, palestra, cinematografo, ambulatorio medico e persino una piscina interna riscaldata. Era diretta dal soprintendente alla Scala di Milano.

Questo fiore all'occhiello del fascismo milanese, tra il 1945 e il 1948 divenne la casa di
accoglienza per circa 800 bambini ebrei orfani, scampati ai rastrellamenti, alla distruzione dei ghetti, ai campi di lavoro e sopravvissuti ai lager, alle persecuzioni e alle marce della morte.

Questi bambini provenivano da mezza Europa. Erano polacchi, ungheresi, ucraini, tedeschi, romeni e alcuni italiani. Erano profughi che vagavano alla fine della seconda guerra mondiale.

A Selvino vennero accolti dalla comunità ebraica milanese. Furono guidati da Moshe Zeiri, un soldato della Brigata Ebraica, che amava il teatro, il quale dalla Palestina era venuto in Italia a combattere contro i nazifascisti, sino alla Liberazione dell'Italia. Il suo metodo educativo si ispirava a quello di Janusz Korczak, il padre degli orfani del ghetto di Varsavia, che per primo aveva parlato dei diritti del bambino.

Così a Selvino nacque la Repubblica dei Bambini, con regole di mutua collaborazione fra adulti e bambini, i più grandi aiutavano i più piccoli, la responsabilità era di ognuno, il denaro andava diviso fra tutti. Le giornate erano organizzate tra studio, lavoro, attività ricreative, passeggiate, musica, canti e teatro. I bambini realizzarono persino un giornalino intitolato "Nivenu", ossia "La nostra parola". Finalmente quei bambini, che sino ad allora non avevano avuto alcun diritto di vita, trattati peggio degli animali e destinati a scomparire nei forni crematoi, potevano riprendersi il diritto di parola. Nel giornalino scrissero parole piene di speranza, lettere accorate alle madri scomparse nei lager e poesie che ancora ci commuovono.

Così, giorno dopo giorno, Moshe e i suoi collaboratori curarono le ferite dei bambini ebrei che ripresero a vivere, a sorridere, a coltivare il sogno di una nuova vita nella Terra di Israele.

Molti di questi bambini, infatti, raggiunsero la Palestina sulle navi clandestine, ma dovettero scontrarsi con gli inglesi che controllavano la Palestina e che li rinchiusero nei campi di Cipro e di Atlit. Questa storia — poco nota — è narrata anche nel romanzo e nel film Exodus, il nome della nave su avvenne un incredibile sciopero della fame per costringere gli inglesi a fare sbarcare "quei clandestini del mare".

Però, le storie dei bambini di Selvino non sono state dimenticate. Ci sono libri che parlano di loro, come il libro dello storico Sergio Luzzatto: "1 bambini di Moshe. Gli orfani della Shoah e la nascita di Israele." E ci sono le loro memorie e le loro fotografie.

Alcuni Bambini di Selvino sono ancora in vita, spesso tornano a Selvino, insieme a figli e nipoti, per visitare la casa che per loro fu come un "palazzo fiabesco", la culla della loro nuova vita, dove ritrovarono la gioia di vivere. Questo ritorno celebra la loro rinascita e la vittoria sul nazifascismo e il razzismo che li voleva sterminare e annientare.

Purtroppo il grande edificio immerso nel parco di conifere di Selvino, è da anni abbandonato e in rovina. Per fortuna, alcuni amici di buona volontà e l'amministrazione comunale di Selvino stanno cercando di preservare questo edificio e hanno allestito un museo nella Casa Comunale su questa storia di salvezza e rinascita, una storia unica al mondo.

Dunque, la Casa dei Bambini di Selvino fa parte a pieno titolo del nostro patrimonio storico e architettonico, da preservare e raccontare, affinché nomi come Auschwitz, Bergen Belsen, Dachau, Gusen, Mauthausen, questi terribili luoghi di sterminio non vengano dimenticati, ma siano la Memoria di un'Europa che non vuole più razzismi né guerre, che non vuole indifferenza, odio e persecuzioni, ma chiede accoglienza, diritti umani uguali per tutti, libertà e Pace.
A raccontare questa storia vi sono alcuni film, un bel documentario del regista Enrico Grisanti  una mostra itinerante e ora anche il libro 'Casa libera tutti' di Lorednza Cingoli.


GIORNATA DELLA MEMORIA

Edith Stein Suor Teresa Benedetta della Croce

Edith Stein Suor Teresa Benedetta della Croce
Deportata e assassinata a Auschwitz perché Ebrea

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Introduce Giuseppe Cavalli

Intervento di:
Prof. Francesco Capretti
Direttore del Museo della Stampa Centro Studi Stampatori Ebrei Soncino

Presentazione a cura di:
Antonio Sangalli Padre Carmelitano
cocuratore della Mostra Edith Stein 'Una vita per la verita'.

Padre Antonio Sangalli porterà in visione
 'il testimone silenzioso' del martirio non solo della Stein ma di tutti coloro che hanno trovato la morte nel Campo di sterminio di Auschwitz
(un mattone dei forni crematori)

Il 12 aprile 1933, alcune settimane dopo l'insediamento di Hitler al cancellierato, Edith Stein scrisse a Roma per chiedere a papa Pio XI e al suo segretario di Stato 'il cardinale Pacelli, già nunzio apostolico in Germania e futuro papa Pio XII – di non tacere più e di denunciare le prime persecuzioni contro gli Ebrei.

Edith Stein nacque nel 1891 a Breslavia,. era l'ultima di sette figli di una famiglia ebrea profondamente religiosa e attaccata alle tradizioni. Nacque in una festa religiosa ebraica, il 12 ottobre, giorno del Kippur, cioè dell'Espiazione. Intelligente, vivace, iniziata in età precoce agli interessi culturali dai fratelli maggiori, nel 1910 Edith è iscritta all'università di Breslavia, unica donna a seguire, in quell'anno, i corsi di filosofia. Nel 1913 la studentessa Edith Stein si recò a Gottinga per frequentare le lezioni universitarie di Edmund Husserl, divenne sua discepola e assistente ed anche conseguì con lui la sua laurea, a Gottinga incontrò anche il filosofo Max Scheler. Quest'incontro richiamò la sua attenzione sul cattolicesimo. Nel 1916 seguì Husserl con l'incarico di assistente all'università di Friburgo. Si laureò con una tesi dal titolo «ll problema dell'empatia» (Einfuhlung). L'anno dopo conseguì il dottorato summa cum laude presso la stessa università. Fu nell'estate del 1921, che Edith lesse 'in una sola notte 'la Vita di S. Teresa d'Avila, scritta da lei stessa. Nel chiudere il libro, alle prime luci del mattino, dovette confessare a se stessa: «Questa è la Verità!.

Ricevette il battesimo a Bergzabern qualche mese dopo, il 1° gennaio 1922.
Aggiunse a Edith i nomi di Teresa ed Edvige. Avvertiva i primi richiami interiori della vocazione alla consacrazione totale al Dio di Gesù Cristo. Lasciò quindi il suo lavoro come assistente di Husserl, e scelse di passare all'insegnamento presso l'lstituto delle Domenicane di Spira (Speyer).

Il 15 ottobre 1933  Edith entrava nel Monastero del Carmelo di Colonia. Aveva 42 anni. Sei mesi dopo, la domenica 15 aprile 1934, si compì il rito della vestizione religiosa, e fu monaca novizia col nome di Suor Teresa Benedetta della Croce. Si dedicò a completare l'opera «Essere finito ed Essere eterno», iniziata prima di entrare al Carmelo.

Nel 1938 si compì l'iter della sua formazione carmelitana e il l° maggio emise la sua professione religiosa perpetua. Ma il 31 dicembre 1938 si imponeva per Edith il dramma della croce. Per sfuggire alle leggi razziali contro gli ebrei, dovette lasciare il Carmelo di Colonia. Si rifugiò allora in Olanda, nel Carmelo di Echt. Il momento era tragico, per tutta l'Europa e particolarmente per coloro che erano perseguitati dai nazisti perché di stirpe ebraica. Il 23 marzo si offrì a Dio come vittima di espiazione.

Il 9 giugno stese il testamento spirituale, nel quale evidenziava l'accettazione della morte per le grandi intenzioni dell'ora, mentre infuriava la seconda guerra mondiale. Nel 1941, per incarico della Priora del monastero di Echt, incominciò e portò avanti finché potè, una nuova opera, questa volta sulla teologia mistica di S.Giovanni della Croce. La intitolò: «Scientia Crucis». L'opera rimase incompiuta, perché anche ad Echt fu raggiunta dai nazisti. Le squadre delle SS la deportarono nel campo di concentramento di Amersfort e poi in quello di Auschwitz.
 Era passata dalla cattedra di docente universitaria al Carmelo. Ed ora, dalla pace del chiostro, spazio dell'amore contemplativo, passava agli orrori di un lager nazista. Edith Stein, Suor Teresa Benedetta della Croce, morì nelle camere a gas di Auschwitz il 9 agosto 1942.

Fu beatificata da Giovanni Paolo II a Colonia, nell'anniversario della sua consacrazione definitiva, il 1° maggio 1987. È stata proclamata santa dallo stesso pontefice a Roma, in piazza san Pietro, il giorno 11 ottobre 1998. Il cuore della vita di Edith Stein, di santa Teresa Benedetta della Croce, si può individuare nella sua «passione per la verità». Il messaggio che ha da consegnare all'uomo d'oggi è questa sua passione, che è la sostanza della sua vita.

Molto spesso, oggi si va alla ricerca di esperienze religiose innovative e nuovi percorsi spirituali, ma la questione della verità viene trascurata e messa da parte, per evitare che in questo modo vengano posti vincoli alla libera scelta verso le nuove proposte spirituali o che venga a crearsi, tra quelle, una gerarchia che in qualche modo ne privilegi alcune e ne discrimini altre. Per Edith Stein, l'uomo si qualifica come un essere che per natura sua cerca la verità, che cioè cerca Dio. Però, non come un essere condannato a una ricerca che non potrà mai aver esito; come un essere, invece, al quale, a un certo punto, è dato di poter esclamare con la Stein: «La verità è qui!».

 

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